Il Dottor Alex Maranesi spiega perché la pensione si riduce rispetto allo stipendio e propone una soluzione vantaggiosa per affrontare la riduzione di liquidità per i pensionati
Pensione come inverno della propria vita? Niente di più sbagliato, con il crescere dell’aspettativa media di vita, le persone trascorreranno circa 1/3 della propria vita in pensione. Occorre quindi tutelarsi da quello che è uno scenario sempre più nefasto che il sistema previdenziale italiano ci offre.
È utile pensare a come la nostra quotidianità cambierà da un giorno all’altro. Infatti, dopo che abbiamo trascorso la gran parte della nostra vita con un’entrata costante e fissa nel tempo, il nostro stipendio, dal primo giorno di pensione dovremo adattarci ad un nuovo tenore di vita basato sul quanto percepiremo dallo Stato. Così, il Dottor Alex Maranesi, Consulente assicurativo finanziario, illustra la sua soluzione.
Di quanto si riduce la pensione rispetto allo stipendio?
Per capire di quanto l’importo della pensione sarà inferiore allo stipendio che si percepiva occorre considerare il tasso di sostituzione. Esso esprime in percentuale la differenza fra l’ammontare dell’ultimo stipendio e l’importo del primo rateo pensionistico. I lavoratori che sono approdati alla pensione prima della riforma Dini del 1995 hanno ricevuto un trattamento previdenziale pari all’80% delle ultime buste paga. Si rimanda a tal proposito alla Legge n. 335/1995 relativa alla “Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare”
Attualmente, l’importo diminuisce a seconda che per il calcolo della pensione si ricorra al sistema retributivo, contributivo o misto. Se si adotta il metodo contributivo i vantaggi maggiori ricadono sui lavoratori che posseggono una lunga storia di contribuzione. Al contrario, il sistema contributivo penalizza se non si ha un montante contributivo elevato e stipendi alti durante la carriera lavorativa.
Ne consegue che il tasso di sostituzione è destinato a scendere dall’80% fino al 71% nel 2035 in caso di prepensionamento con sistema contributivo. Nei prossimi anni il lavoratore che si vorrà assicurare un assegno pensionistico pari almeno al 70% degli ultimi stipendi dovrà avere più anni di contributi.
Perché ho una riduzione così drastica in soli 15 anni?

L’Italia adotta a partire dagli anni ‘50 un sistema pensionistico a ripartizione, in cui i lavoratori che versano i contributi in un periodo non stanno accantonando la loro futura pensione, ma stanno pagando la pensione a coloro che stanno uscendo dal mondo del lavoro nello stesso periodo.
Innanzitutto, va chiarito che il cittadino contribuente non accantona per sé, come anzidetto, però va a maturare un diritto futuro alla pensione. Questa sarà pagata dai lavoratori del periodo in cui il contribuente diverrà pensionato.
Si usa definire questa situazione come “patto intergenerazionale”. La rendita dipenderà dall’ammontare dei contributi del periodo futuro. In senso stretto, vi sarà una rendita positiva solo se cresceranno il tasso di crescita demografico ed il tasso di crescita della produttività, o più generalmente se il tasso di crescita del PIL sarà positivo. In caso contrario però, lo Stato dovrà garantire ad ogni modo il diritto alla pensione maturato dell’ex contribuente, sostenendo di fatto un debito pensionistico.
Dunque questo patto, considerando il tasso di sostituzione in drastica diminuzione (come ben evidenziato dal grafico sopra) e l’allungamento dell’aspettativa di vita, risulta sempre più insostenibile. Basti pensare che nel 1980 i contributi di un solo lavoratore bastavano per erogare il rateo di 3 pensionati, ora questo rapporto si è totalmente ribaltato: non bastano 3 lavoratori a contribuire alla pensione di un unico lavoratore. C’è una soluzione a questo problema? Sì, i Fondi Pensione Integrativi.
Fondi Integrativi: la soluzione al problema pensioni
I Fondi Pensione Integrativi si basano su un sistema pensionistico a capitalizzazione, ovvero un soggetto accantona una parte del suo stipendio come contributi che vengono investiti in attività finanziarie a bassa volatilità e al momento della pensione egli riceverà l’ammontare versato maggiorato degli interessi maturati secondo le modalità di erogazione da lui richieste.
In Italia il tema della previdenza è sempre sulla bocca di tutti, ma solo il 23% degli Italiani ha aderito a qualche forma di previdenza integrativo. Tuttavia, lo Stato Italiano, conscio del problema pensionistico, ha incentivato i cittadini alla loro sottoscrizione garantendo loro la deduzione fiscale del capitale in esso versato (fino ad un massimo di 5167,57€ per anno). Inoltre, anche previsto una tassazione agevolata al momento della liquidazione del montante in base agli anni trascorsi dalla prima adesione ad un Fondo Pensione. Lo Stato ha altresì istituito organismi di vigilanza e di tutela sui medesi fondi al fine di salvaguardare il futuro pensionato.




